Gli architetti dovrebbero ammazzarli da piccoli!
E’ il titolo di questo nuovo libro scritto da Matteo Clemente. Di Matteo Clemente e Tommaso Empler conosciamo ed abbiamo apprezzato sicuramente in questi anni le “architetture”: esemplari le “case per anziani” progettate nella nostra regione, il mercato ittico in Manfredonia (Foggia) e ancora i numerosi progetti di intervento urbano.
Ma tornando al libro “Gli architetti….dovrebbero ammazzarli da piccoli!”, frase un po’ nota a tutti noi che lavoriamo in campo,siamo curiosi di leggerlo quanto prima. Sicuramente nato dall’ironia del rapporto dell’autore con le varie situazioni quotidiane di cantiere realative a lavori di ristrutturazioni di interni.

Tags: Architettura, editoria, Qualcosa da dire
December 21st, 2006 at
Come può un architetto suggerire la lettura del libro divulgativo mostrato qui a destra?
Forse alle casalinghe che potrebbero divenire nostre future clienti potrebbe essere utile, però…come avevo avuto occasione di dire sul mio blog “Scandaloso l’articolo di Eugenio Tassini apparso su questo numero (41/2006) dal titolo “Dove abita la felicità”, in cui si tratteggia il pensiero sull’architettura che un certo Alain de Botton sviluppa nel suo ultimo libro ; Guanda tenta di vendercelo per ben 16€.
Inorridisco per l’intervistatore e le sue domande, pare un alunno elementare che si confronta per la prima volta con la parola edificio e relativa categoria concettuale, e che non ha avuto 5 minuti nemmeno per mettersi lì e pensare a quello che stava facendo; ma inorridisco ancor di più per i contenuti di questo libro presentato, che sono la prefazione alla enne, semplificata in maniera esponenziale, di un aspetto - uno dei - sul quale l’architettura si interroga da secoli e da mò si è pure trovata la presunta risposta, grazie a genii come Michelangelo, Bramante, Palladio, Viollet Le Duc, Aalto, Loos, Wright, Le Corbusier, Scarpa…
Fa commenti, il de Botton, su architetti contemporanei famosi dei quali dimostra di non comprendere l’opera e, peggio, di non possedere gli strumenti culturali per affrontare il tema, usando termini come “forma” senza sapere cos’è, scambiando l’architettura per il pret-à-porter; una mancanza d’umiltà e di onestà intellettuale che fermerebbero qualsiasi panettiere mediamente intelligente dall’intraprende la scrittura di un saggio sull’approccio etico alla chirurgia estetica.”
December 26th, 2006 at
Carissimo collega (da ciò che leggo intuisco che sei dei nostri!), in parte sono d’accordo con te: sicuramente il libro di Alain De Botton sotto alcuni profili è fin troppo superficiale per noi del settore…ma aggiungo, come diceva qualcuno, l’importante è che di ARCHITETTURA, di questi tempi, se ne parli!
Mi sta bene se il linguaggio e i concetti espressi nel libro sono diretti alle cosiddette “casalinghe” o persone che non abbiano una “cultura di settore” Sono queste le persone che dobbiamo avvicinare alla qualità del progetto, all’architettura.
Rispondendo alla tua domanda (mi permetto di darti del tu): il blog è strutturato per essere “una finestra aperta” sul nostro studio, sul nostro modo di fare e di intendere e di percepire l’architettura. Non tutti i libri o i film o i brani musicali che segnaliamo sono di nostro gradimento, ma fanno parte della nostra quotidianeità: a te non è mai capitato di andare al cinema e di vedere qualcosa che con il senno di poi non avresti mai visto? Ma per giudicare (poi) hai dovuto vederlo (prima). Beh, il nostro blog è proprio questo, racconta il nostro tempo, le nostre letture, i nostri progetti, i nostri pensieri, l’ultimo film visto al cinema, i nostri amici, i nostri miti, il libro sul comodino. Il libro di Alain de Botton è semplicemente tra le ultime letture, ma se è di lui che vogliamo parlare rimandiamo al prossimo post: intanto ti invio di cuore un augurio di buone feste e benvenuto tra noi!
December 31st, 2006 at
“Se anche l’architettura possiede un contenuto morale, le manca il potere di farlo valere. Offre suggerimenti invece di promulgare leggi. Ci invita a emulare il suo spirito – non ce lo impone – e non può impedire che se ne abusi».
«Forse la vita deve mostrarsi in alcune delle sue tonalità più tragiche per riuscire a provocare in noi una risposta adeguata ai suoi doni più sottili…».
«Perché l’architettura cominci ad avere su di noi un impatto tangibile, forse è necessario che la nostra vita sia stata segnata in modo indelebile…».
I tre brani, due dei quali solo in parte qui riportati, sono contenuti nelle prime 20 pagine di Architettura e felicità di Alain de Botton, edito per i tipi di Guanda. Delle rimanenti 240, poco altro merita di essere evidenziato, poiché dell’architettura, malgrado tutto, non se ne coglie l’essenza. Tuttavia, le ultime 5 pagine offrono qualche spunto di riflessione.